In certi brani si colgono passaggi precisi, momenti in cui qualcosa cambia. È il caso di “Chiamami” e “Ti porto via”, due canzoni che raccontano fasi diverse della stessa storia: una più introspettiva, segnata da dubbi e silenzi; l’altra aperta alla possibilità di un nuovo inizio.
In questa intervista, l’artista ci ha parlato del legame tra scrittura e vissuto, del ruolo che hanno avuto la distanza, i legami familiari e il cambiamento nel suo percorso.
Un dialogo che parte dalla musica per arrivare a ciò che c’è sotto: scelte, fragilità, e la ricerca continua di un equilibrio tra istinto e consapevolezza.
Da “Chiamami” a “Ti porto via” racconti due tappe del tuo percorso: la prima più intima e malinconica, la seconda più aperta al cambiamento. In che modo questi due brani rappresentano fasi diverse della tua crescita personale?
‘Chiamami’ e ‘Ti porto via’ rappresentano due momenti molto diversi del mio percorso, sia artistico che personale. ‘Chiamami’ nasce in un periodo in cui avevo bisogno di guardarmi dentro, di affrontare fragilità, silenzi e distanze. È un brano intimo, malinconico, quasi una richiesta d’aiuto, che rifletteva un momento di confusione e vulnerabilità. Mi ha aiutato a dare voce a emozioni che fino a quel momento tenevo nascoste. Allo stesso tempo, però, sentivo dentro di me la consapevolezza che le cose sarebbero cambiate, che quella fase non sarebbe durata per sempre. C’era malinconia, sì, ma anche un seme di speranza.
Con ‘Ti porto via’, quel seme è germogliato. È un brano che racconta la svolta, la voglia di uscire da una situazione che mi stava stretta. Volevo sottolineare quanto il cambiamento, per quanto difficile, possa anche salvarti. Spesso abbiamo paura di lasciare andare, ma è proprio in quel gesto che troviamo la nostra forza. Questo pezzo rappresenta per me la spinta a voltare pagina, a portare con me solo ciò che conta davvero.
Insieme, questi due brani raccontano un passaggio: dalla nostalgia e dalla vulnerabilità di ‘Chiamami’, alla determinazione e alla rinascita di ‘Ti porto via’. Due fasi che hanno segnato la mia crescita, dentro e fuori dalla musica.
Hai vissuto esperienze forti tra Australia e Danimarca, spesso da solo e lontano da casa. Quanto è stato terapeutico trasformare tutto questo in musica?
È stato fondamentale, quasi necessario. Vivere esperienze intense in posti così diversi come l’Australia e la Danimarca, spesso da solo e lontano da casa, mi ha messo davvero alla prova. Ho passato momenti di solitudine, disorientamento, ma anche di grande scoperta. La musica è stata il mio rifugio e il mio modo per dare un senso a tutto quello che stavo vivendo. Scrivere è stato terapeutico: mi ha aiutato a trasformare la nostalgia, la paura, ma anche la bellezza e la libertà, in qualcosa di vero e condivisibile.
Attraverso questi brani volevo raccontare che il cambiamento fa paura, ma può anche salvarti. A volte bisogna perdersi per ritrovarsi davvero. Spero che chi ascolta possa sentirsi meno solo e magari trovare un po’ di coraggio per fare quel passo che sta rimandando. Perché anche dietro al caos, c’è sempre una strada che ti porta più vicino a te stesso.
Il viaggio è un tema ricorrente nei tuoi testi, ma non parli solo di spostamenti fisici. Che tipo di viaggio è per te quello emotivo? E dove ti ha portato finora?
Il viaggio emotivo per me è forse il più intenso di tutti. Non si misura in chilometri, ma in cambiamenti interiori, crolli e scoperte. Nei miei testi il viaggio non è solo uno spostamento fisico – anche se ho vissuto momenti forti lontano da casa – ma soprattutto un attraversare se stessi, con tutto quello che comporta: dubbi, paure, nostalgia, ma anche meraviglia, rinascita e consapevolezza.
Scrivere mi ha portato proprio lì: a guardare in faccia certe emozioni che magari prima evitavo. Ho iniziato così a conoscermi meglio, a lasciar andare ciò che non mi serviva più e a fare spazio a nuove versioni di me. Finora questo viaggio mi ha portato più vicino alla mia verità, anche se è un cammino che non finisce mai. È faticoso, ma necessario. E se riesco, con la mia musica, a far sentire qualcuno meno solo lungo il suo percorso, allora per me ha già senso tutto.
Nei tuoi brani parli spesso di distanze, ma anche di legami che resistono. Esiste, secondo te, un modo “sano” di portarsi dietro le persone senza restare bloccati nel passato?
Sì, ci penso spesso, soprattutto da quando ho vissuto lontano. Quando sei a casa, con la tua famiglia, vedi certe cose come scontate: i pranzi insieme, una parola detta al volo, anche solo la presenza. Non ci fai caso, perché è la normalità. Ma quando ti ritrovi dall’altra parte del mondo, quelle piccole cose diventano enormi. Ti rendi conto di quanto ti mancano, e capisci che certi legami sono la tua base, anche se magari non te ne accorgevi.
La distanza, paradossalmente, mi ha avvicinato di più alla mia famiglia. Mi ha fatto capire il valore di certi silenzi, di certe attenzioni. E anche se non ci si vede tutti i giorni, il legame si rafforza perché diventa più consapevole.
Credo che ci sia un modo sano per portarsi dietro le persone senza restare bloccati nel passato. È accettare che le relazioni cambiano con il tempo e con la distanza, ma che possono restare forti anche in forme diverse. Per me, la musica è stata il modo per restare in contatto con ciò che conta davvero, anche quando ero lontano.
Hai iniziato con le cuffiette e qualche demo registrato al volo. Oggi collabori con un producer e hai un’identità sonora precisa. Com’è cambiata la tua idea di ‘fare musica’?
È cambiata tantissimo. All’inizio facevo tutto da solo, con le cuffiette, qualche demo registrato al volo sul letto o in cameretta. Era tutto molto istintivo, grezzo, ma vero. Sentivo il bisogno di tirare fuori quello che avevo dentro, senza pensare troppo a come suonava. Poi, col tempo, ho capito che potevo dare più forza a quello che scrivevo se curavo anche il suono, se trovavo una direzione.
Lavorare con un producer mi ha aperto un mondo: ho imparato ad ascoltare davvero, a limare, a cercare un’identità sonora che mi rappresentasse. E questa identità è ancora in evoluzione, cosa che trovo stimolante perché significa che posso continuare a crescere, sperimentare e scoprire nuove sfumature di me stesso. Per me ‘fare musica’ oggi vuol dire costruire un universo in cui ogni parola, ogni suono, ogni silenzio ha un senso, senza però perdere quella spontaneità e autenticità delle origini.
“Ti porto via” sembra un invito a seguire il cuore, anche senza sapere esattamente dove si sta andando. Nella tua vita oggi, segui più la testa o l’istinto?
‘Ti porto via’ è proprio questo: un invito a lasciarsi guidare dal cuore, anche quando non si ha una direzione precisa. Nella mia vita oggi cerco di trovare un equilibrio tra testa e istinto. Spesso l’istinto è quello che ti spinge a fare il primo passo, a non restare bloccato dalla paura o dai dubbi. Ma la testa serve per non andare completamente alla cieca, per riflettere su dove vuoi davvero arrivare.
Detto questo, cerco di ascoltare di più l’istinto, perché è quello che ti fa vivere con più autenticità e ti porta a scoprire cose nuove di te stesso. Però lo faccio sempre con un obiettivo ben marcato, perché seguire il cuore non vuol dire perdersi. ‘Ti porto via’ è un po’ questo: fidarsi e buttarsi, ma sapendo qual è la meta.
