C’è una differenza sostanziale tra un disco che parla di disagio e uno che lo fa vivere. Anime Intossicate appartiene alla seconda categoria. L’esordio del duo strumentale Uno&Mezzo non costruisce un racconto lineare né cerca una progressione emotiva tradizionale: mette in scena un processo di consumo, una lenta esposizione a una serie di agenti sonori che agiscono per accumulo.
L’apertura con “Piombo” è immediata e priva di mediazioni. Il brano non introduce, ma cala l’ascoltatore in un ambiente già saturo. Il ritmo è compatto, grave, e il basso sembra più un peso che una linea melodica: non guida, trascina verso il basso. È una scelta che chiarisce subito la natura del progetto: qui non si entra gradualmente, si viene immersi.
“Formaldeide” trasforma questa immersione in abitudine. L’ostinato di batteria diventa un meccanismo ripetitivo, quasi industriale, mentre il basso costruisce una progressione che avvolge lentamente. Il break centrale sospende la pressione per un istante, ma non apre uno spazio di respiro: è una pausa funzionale alla ripartenza del ciclo, come accade nei processi tossici reali, dove l’organismo si adatta senza mai guarire.
Con “Polonio” emerge il primo elemento di ambiguità. L’inizio appare più disteso, quasi rassicurante, ma è un equilibrio apparente. La sezione in levare introduce una mobilità che viene brutalmente interrotta dal break in 7/8: la struttura si incrina, il tempo perde stabilità. È il momento in cui il disco dichiara apertamente che ogni forma di controllo è temporanea.
Il passaggio a “Diossina” segna l’ingresso nella parte più fisica del lavoro. Il groove tribale costruito da basso e batteria ha una forza primordiale, ipnotica, che coinvolge il corpo prima ancora della mente. Ma anche qui, quando l’ascoltatore sembra aver trovato un appiglio, il finale rarefatto dissolve la materia sonora, lasciando una sospensione che amplifica l’inquietudine invece di risolverla.
“Diossido di azoto” lavora su una tensione più sottile ma persistente. Il tempo irregolare in 5/4 crea un’andatura instabile, che non permette mai di rilassarsi completamente. Il pre-chorus suggerisce un’apertura possibile, ma è un’illusione: il brano si richiude su se stesso, come una spirale che riporta sempre al punto di partenza. È uno dei momenti più frustranti del disco, e proprio per questo uno dei più riusciti.
Con “Stronzio” la pressione diventa esplicita. Il ritmo martellante avanza senza esitazioni, intervallato da pause che non alleggeriscono ma preparano nuove esplosioni. I blast beat non hanno funzione liberatoria: servono ad accumulare energia, simulando uno stato di allerta continuo. È violenza sonora disciplinata, mai caotica, sempre incanalata.
“Monossido di carbonio” cambia radicalmente la percezione dello spazio sonoro. L’atmosfera è lugubre, paludosa, e il 4/4 muta continuamente nella sua suddivisione, creando un senso di disorientamento costante. È un brano che “toglie il respiro” non per intensità, ma per saturazione: tutto sembra denso, opprimente, inevitabile.
“Cianuro di potassio” introduce una struttura formalmente più riconoscibile, A–B–A–B, ma la utilizza come strumento di contrasto. La prima sezione, ipnotica e concentrata sugli accenti, costruisce una tensione sotterranea; la seconda esplode in un beat diretto, quasi punk rock, che spezza la linearità senza mai offrire una vera risoluzione. È uno dei brani più dinamici del disco, ma anche uno dei più corrosivi.
“Triossido di arsenico”, primo brano composto, conserva l’urgenza originaria del progetto. La batteria spezzata e il basso nervoso costruiscono una pulsazione irregolare ma ostinata. Il break centrale non apre uno spazio di sollievo: amplifica l’ossessione e prepara il ritorno al tema iniziale, come se l’intero brano fosse intrappolato in se stesso.
La chiusura con “Mercurio” rappresenta un cambio di temperatura emotiva. La batteria suonata con i mallet e il basso rarefatto, arricchito dal chorus, creano un’atmosfera liquida e fragile. Non è una catarsi né una redenzione: è un momento di sospensione lucida, un finale aperto che non cancella l’intossicazione, ma la rende consapevole.
Anime Intossicate è un disco che non accompagna e non consola. Agisce lentamente, per accumulo, lasciando addosso una sensazione persistente. Non chiede di essere capito subito, ma di essere attraversato fino in fondo.

