“Venere” di Jaranoia mi ha colpito al primo ascolto in un modo che non riesco del tutto a spiegare. C’è quella loro solita aura mistica — che personalmente adoro — qualcosa che vibra sotto la pelle e rende ogni nota un piccolo mistero. È come se la band sapesse incantare senza mai alzare la voce.
In questo brano l’amore diventa un pianeta inaccessibile, bellissimo e crudele. L’idea di essere attratti da qualcosa che non può sostenerci mi ha subito trafitto: quante volte ci si innamora di ciò che non ci fa respirare davvero? Jaranoia riesce a raccontarlo senza melodrammi, con una lucidità che fa male.
Il beat minimale crea una sensazione di vuoto, quasi un’eco, mentre la melodia pop cerca di aprire uno spiraglio, una finestra da cui entra un po’ di luce. È un equilibrio fragile, e forse proprio per questo così umano.
La malinconia del brano non schiaccia: accompagna. Ti resta addosso come una notte troppo lunga ma stranamente familiare.
Con “Venere”, Jaranoia non si limita ad anticipare un disco: ci invita in un luogo emotivo più profondo, dove l’amore è bello, ma non sempre abitabile.

